GABRIELE BURATTI. FASCINO, TRAMITE E SACRALITA’ DELLA ANTICA FORMA SCOLPITA.
PROLOGO
“You say you want a revolution / Well you know /We all want to change the world You tell me that it’s evolution /Well you know /We all want to change the world But when you talk about destruction / Don’t you know you can count me out. ” DA: REVOLUTION, THE BEATLES.
Gabriele Buratti nasce a Milano l’8 agosto 1964, cresce assorbendo le canzoni e il sound dei Beatles, gruppo rivoluzionario nella musica, nei testi e nello stile. Nella storia, questi sono anni di cambiamenti, di violenze e contestazioni. Di insurrezioni in tutto il mondo e di grande coraggio. Nel 1968 si discute di libertà, di uguaglianza, di ambiente, di un cambiamento sociale a detta di molti utopistico. Si parla di pari diritti e pari dignità e gli Hippy rivendicano un legame totale con la terra e la natura, la pace e la libertà individuale.
“Questa è l’aria, la musica, i pensieri che inconsciamente ho respirato, ho assorbito “. dice Gabriele Buratti.
Nel 1970 viene realizzato da Michelangelo Antonioni Zabriskie Point, film che racconta l’unione fra uomo e natura, il ritorno dell’uomo al primitivo, agli istinti, all’amore sensuale e vero, totale e totalizzante. Film che racconta, inoltre, le conseguenze peggiori del capitalismo, quel capitalismo che di fronte alla Death Valley fa dire a due turisti: “Dovrebbero costruire anche qui.” L’idea perseverante della costruzione, dei palazzi, delle industrie, del mercato è il leitmotiv del film, come le immagini veloci e angoscianti del viaggio in macchina dei giovani ragazzi, con gli occhi inondati di manifesti pubblicitari: epoca della Pop Art alla massima essenza, ovvero ripetizione e ricreazione di un oggetto, violenza colorata della forma merceologica, il consumismo e i soldi come unico dio e produttore. L’unico tempo di vera libertà è rappresentato dall’amore delle coppie che si toccano, annusano, corteggiano proprio come gli animali, nella magistrale “scena dell’amore“: giovani nudi nel deserto si riprendono qui il loro potere di amarsi, la loro libertà di darsi, il loro desiderio di aversi. Atteggiamenti e movimenti animaleschi e impulsivi che rendono la scena pura, preistorica, spirituale e addirittura religiosa. Il rito dell’amore li unisce e li consola. Coppie di giovani che, nella Death Valley, ricreano la vita, l’essere e l’esistenza.
L’ARTISTA E LA SUA ARTE
“La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca, e l’una e l’altra vanno imitando la natura quanto è possibile alle loro potenze.” LEONARDO DA VINCI
“Non ha l’ottimo artista alcun concetto /C’un marmo sol in se non circoscriva col suo soverchio e solo a quello arriva / la man che ubbidisce all’intelletto.” MICHELANGELO BUONARROTI
L’inizio di Gabriele Buratti come artista è semplice, quasi naturale. Durante i suoi studi di architettura realizza disegni per il decoratore Piero Fornasetti. Avere tra le mani il quaderno con le sue prime composizioni la sento come una grande responsabilità. Giro ogni pagina con timore di rovinare qualcosa e mi accorgo dell’enorme presenza di ritratti di animali, soggetto strano e inaspettato. Vi sono solo due ritratti umani: quello di un amazzone, e un suo autoritratto, anzi “metà“:
“Sì, avevo iniziato a farmi un autoritratto, da giovane. Ma l’ho lasciato lì a metà… Ad un certo punto non mi interessava più.”
Invece uccelli, cervi, cani, gatti, elefanti sono continuamente e ripetutamente ritratti. Gli animali vengono creati dalle sue mani con immediatezza e ciò che colpisce è la loro anima tangibile: sono ritratti complessi e profondi, e grandi prove di ottima tecnica a china. Alcune pagine sono riempite di piccoli raffigurazioni di diverse razze di cani, altre con sguardi di gatti, altri ancora da maestosi volatili, tondeggianti e tridimensionali, impassibili e ieratici. Quando Buratti incontra nel 1995 Remo Brindisi, decide un cambiamento importante. Dal consiglio di questo artista: “Nel paesaggio devi mettere te stesso”, Buratti modifica la sua complessità e il suo stile. Per anni realizza cervi stilizzati, che riprendono le incisioni rupestri della Val Camonica, con un’attenzione all’arte preistorica come prima forma d’espressione. Nelle opere di Zoran Music, pittore slavo che lo ispira artisticamente, ritrova il forte linguaggio sacrale delle immagini: immagini che si appropriano della potenza, immagine stessa che diventa potere, icona.
“L’uomo rappresentava e incideva nelle rocce i cervi… Ed era come poterli dominare, come dire: Io vi rappresento, vi scolpisco nella pietra. Io ho il potere su di voi tramite l’immagine”.
Da lì uno studio complesso sui significati del cervo nelle diverse culture del mondo:
“Il cervo in molte culture è visto come un animale sacro, come un tramite tra due diverse dimensioni, due diverse realtà…”.
Ma la mia attenzione cade su una stampa. Gabriele tra i suoi dipinti alle pareti ha appeso la Dama con l’Ermellino di Leonardo Da Vinci. Dietro mi fa vedere uno studio realizzato da lui sulle diverse forze di trazione e di movimento all’interno del dipinto. E me lo descrive con grande passione: la mano quasi maschile di Cecilia Gallerani che sembra voler tenere stretto l’animale (“Non è un ermellino, gli ermellini sono più piccoli, è un furetto”, dice) che rappresenta forse proprio Ludovico il Moro, simbolo di potere e amore per la donna, che lei, in ogni modo, cerca di trattenere a sé. 
Il legame con l’arte rinascimentale mi tornerà chiarissimo quando mi avvicinerò per la prima volta alle sue opere più recenti. Infatti, appesa all’ingresso intravvedo una “Madonna del Parto” ripresa da Piero della Francesca, in maniera cubista e pop:
“Uno degli artisti che più mi ha interessato è stato Piero della Francesca. In lui ritrovo la geometria del mistero consapevole. Leonardo invece rappresenta il mistero che noi stessi siamo. Siamo puro spirito rivestito di materia e noi siamo l’idea di noi stessi.”
Tramite queste parole comprendo la sensazione sentita guardando quegli animali ritratti. Vi è potere, dignità, severità e ieraticità. E una grande attenzione nelle forme. Triangoli, Ovali, Tondi… I corpi di quegli animali sono costituiti da forme soprattutto sferiche, precise, fertili, viventi e magnetiche. Quei corpi portano ad altro da sé, portano all’idea stessa di creazione e di vita, e alla coscienza e consapevolezza di quegli animali di essere VIVI e PRESENTI, di essere anime imprigionate in piccoli e grandi corpi voluminosi e tridimensionali. E questo è il risultato di un’attività pittorica che è soprattutto intellettuale e intellettiva. La sua infatti non è una pittura istintiva e fisica, ma è attentamente pensata e mentale. I suoi ritratti animali sono immagini piene di sacralità ed equilibrio. Proprio come avviene nelle pale di Piero della Francesca, in cui troviamo una composizione studiatissima e una complessa rete di significati e allusioni, un’attenta e sapiente prospettiva e una virtuosistica resa della luce e dei particolari. La luce è in effetti un altro elemento molto presente nelle opere di Buratti. Uno studio continuo e percettivo della sua resa sull’occhio e sulla tela, come notiamo nella sua rappresentazione della Galleria Vittorio Emanuele di Milano.
Osservando le sue ultime opere, animali statuari immersi in città distratte, sfuggenti, nebbiose e avvolte dallo smog, Piero ritorna. Lo sguardo di questi animali, che riprendono la statuaria classica nelle posizioni e nella resa stilistica, è severo (come vediamo nel ritratto del Bufalo africano).
Gli animali sanno che stanno vincendo sulla città. Il loro potere è superiore e la loro presenza è tramite per altro, proprio come lo erano gli antichi cervi incisi sulle pietre della Val Camonica.
Tramiti presenti anche nelle figure ieratiche di santi rappresentati nell’opera che è la sintesi artistica di Piero della Francesca: La Pala di Brera, tenuta nella pinacoteca Milanese. Qui santi, angeli, la Madonna con il bambino Gesù assopito in un sonno di morte, Federico da Montefeltro, rappresentano altro da sé. Sono immagini reali di pensieri ideali, sono una rappresentazione neoplatonica della realtà contingente. Sono realtà apparenti, proiezioni di altro da se stessi.
Gabriele Buratti riesce a dare dignità e sicurezza a questi maestosi e imponenti animali nelle sue città sfumate e distanti. Quelle città in cui vi è lo studio di anni di architettura, una passione per i disegni di Leonardo Da Vinci ingegnere, architetto e matematico… Ma ciò che sentiamo come spettatori è la carne, l’anatomia, l’essenza di essere umani di questi animali, che solo animali non sono. “Caravaggio mi ha sempre impressionato. In lui vedo e sento la verità umana del Cristo, il corpo vero.”
La carne, il corpo è vita presente nelle tele stesse dell’artista. Gabriele infatti scolpisce, incide sulla tela, proprio come quelle incisioni rupestri che lo hanno affascinato dal 1995. Dopo una prima mano di bianco quarzo, l’artista stende una mano di olio color terra o comunque più scuro. E da lì le opere escono, prendono forma, si espongono dalla tela nascosta. E anche la pittura diventa così una “forza di levare” come affermava Michelangelo Buonarroti. Il pensiero neoplatonico, così, ritorna: l’opera d’ arte è già presente nella tela, bisogna liberarla, grattando con pennelli, spatole, pagliette di ferro da cucina, guanti. Qualsiasi oggetto può essere utile per far respirare la materia, per liberare quell’animale imprigionato tra il quarzo e l’olio, per farlo emergere e vincere sullo sfondo lontano e impercettibile. Quegli animali- statue che si impongono al nostro sguardo, e ci fanno sentire uomini impotenti e perdenti, nei confronti della loro anima forte e impassibile.
Gabriele afferma un impegnato pessimismo nei confronti del futuro meccanico e geneticamente modificato che ci aspetta. “Come in Matrix”, afferma. La sua firma, il codice a barre che compare già dieci anni fa nelle sue opere, è la firma del potere del capitalismo, del sistema commerciale e del mercato. Mercato economico che ci attanaglia, ci regola e si impone nelle nostre vite. Anche attraverso la speculazione edilizia, la costruzione onnipresente, il cemento e lo smog. Ma come lui stesso afferma: “La natura… Tutto quello che le togliamo se lo riprende.”
Proprio per queste parole dal mio punto di vista le sue opere affermano qualcosa di diverso. Quel “colore tantricamente trattenuto”, come lui stesso afferma, si tramuta nella PRESENZA di animali che hanno il potere sulle costruzioni. Quei pochi e rari disegni di paesaggi e architetture presenti nel suo album di prime creazioni erano già un indizio. La speranza rimane nell’istinto meraviglioso, sacrale e religioso della natura. Natura tonda, fertile, proprio come l’uovo di Piero della Francesca nella Pala di Brera, uovo di struzzo: simbolo di nascita e resurrezione.
EPILOGO
Nell’ultima scena di Zabriskie Point, Daria, la giovane protagonista, dopo il dolore della morte del suo amato, immagina davanti a sé un’esplosione. Un’esplosione tantrica di colore, forse per troppo tempo trattenuto. L’esplosione di tutti quei simboli del capitalismo opprimente: frigorifero, giornali, immagini, manifesti, telefono, televisione, elettrodomestici, cibo. L’esplosione che impone la vittoria, anche se immaginata e sognata, della gioventù. Della natura e della passione. Della verità dell’esistenza. Della sensualità e della creazione fertile dell’amore.
Federica Maria Marrella
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SITO GABRIELE BURATTI – http://www.gabrieleburatti.com/










