GABRIELE BURATTI. FASCINO, TRAMITE E SACRALITA’ DELLA ANTICA FORMA SCOLPITA.

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PROLOGO

“You say you want a revolution / Well you know /We all want to change the world                                                                                                                              You tell me that it’s evolution  /Well you know /We all want to change the world                                                                                                                               But when you talk about destruction / Don’t you know you can count me out. DA: REVOLUTION, THE BEATLES.     

Gabriele Buratti nasce a Milano l’8 agosto 1964, cresce assorbendo le canzoni e il sound dei Beatles, gruppo rivoluzionario nella musica, nei testi e nello stile. Nella storia, questi sono anni di cambiamenti, di violenze e contestazioni. Di insurrezioni in tutto il mondo e di grande coraggio. Nel 1968 si discute di libertà, di uguaglianza, di ambiente, di un cambiamento sociale a detta di molti utopistico. Si parla di pari diritti e pari dignità e gli Hippy rivendicano un legame totale con la terra e la natura, la pace e la libertà individuale.

Questa è l’aria, la musica, i pensieri che inconsciamente ho respirato, ho assorbito “. dice Gabriele Buratti.

Nel 1970 viene realizzato da Michelangelo Antonioni Zabriskie Point, film che racconta l’unione fra uomo e natura, il ritorno dell’uomo al primitivo, agli istinti, all’amore sensuale e vero, totale e totalizzante. Film che racconta, inoltre, le conseguenze peggiori del capitalismo, quel capitalismo che di fronte alla Death Valley fa dire a due turisti: “Dovrebbero costruire  anche qui.” L’idea perseverante della costruzione, dei palazzi, delle industrie, del mercato è il leitmotiv del film, come le immagini veloci e angoscianti del viaggio in macchina dei giovani ragazzi, con  gli  occhi inondati di manifesti pubblicitari: epoca della Pop Art alla massima essenza, ovvero ripetizione e ricreazione di un oggetto, violenza colorata della forma merceologica, il consumismo e i soldi come unico dio e produttore. L’unico tempo di vera libertà è rappresentato dall’amore delle coppie che si toccano, annusano, corteggiano proprio come gli animali, nella magistrale “scena dell’amore“: giovani nudi nel deserto si riprendono qui il loro potere di amarsi, la loro libertà di darsi, il loro desiderio di aversi. Atteggiamenti e movimenti animaleschi e impulsivi che rendono la scena pura, preistorica, spirituale e addirittura religiosa. Il rito dell’amore li unisce e li consola. Coppie di giovani che, nella Death Valley, ricreano la vita, l’essere e l’esistenza.

L’ARTISTA E LA SUA ARTE

“La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca, e l’una e l’altra vanno imitando la natura quanto è possibile alle loro potenze.”  LEONARDO DA VINCI

“Non ha l’ottimo artista alcun concetto /C’un marmo sol in se non circoscriva                                                                                                                         col suo soverchio e solo a quello arriva / la man che ubbidisce all’intelletto.”  MICHELANGELO BUONARROTI

L’inizio di Gabriele Buratti come artista è semplice, quasi naturale. Durante i suoi studi di architettura realizza disegni per il decoratore Piero Fornasetti. Avere tra le mani il quaderno con le sue prime composizioni la sento come  una grande responsabilità. Giro ogni pagina con timore di rovinare qualcosa e mi accorgo dell’enorme presenza di ritratti di animali, soggetto strano e inaspettato. Vi sono solo due ritratti umani: quello di un amazzone, e un suo autoritratto, anzi “metà“:

“Sì, avevo iniziato a farmi un autoritratto, da giovane. Ma l’ho lasciato lì a metà… Ad un certo punto non mi interessava più.”

Invece uccelli, cervi, cani, gatti, elefanti sono continuamente e ripetutamente ritratti.  Gli animali vengono creati dalle sue mani con immediatezza e ciò che colpisce è la loro anima tangibile: sono ritratti complessi e profondi, e grandi prove di ottima tecnica a china. Alcune pagine sono riempite di piccoli raffigurazioni di diverse razze di cani, altre con sguardi di gatti, altri ancora da maestosi volatili, tondeggianti e tridimensionali, impassibili e ieratici.  Quando Buratti incontra nel 1995 Remo Brindisi, decide un cambiamento importante. Dal consiglio di questo artista: “Nel paesaggio devi mettere te stesso”, Buratti modifica la sua complessità e il suo stile. Per anni realizza cervi stilizzati, che riprendono le incisioni rupestri della Val Camonica, con un’attenzione all’arte preistorica come prima forma d’espressione. Nelle opere di Zoran Music, pittore slavo che lo ispira artisticamente, ritrova  il forte linguaggio sacrale delle immagini:  immagini che si appropriano della potenza,  immagine stessa che diventa potere, icona.

“L’uomo rappresentava e incideva nelle rocce i cervi… Ed era come poterli dominare, come dire:  Io vi rappresento, vi scolpisco nella pietra. Io ho il potere su di voi tramite l’immagine”.

Da lì uno studio complesso sui significati del cervo nelle diverse culture del mondo:

“Il cervo in molte culture è visto come un animale sacro, come un tramite tra due diverse dimensioni, due diverse realtà…”.

Ma la mia attenzione cade su una stampa. Gabriele tra i suoi dipinti alle pareti  ha appeso la Dama con l’Ermellino di Leonardo Da Vinci. Dietro mi fa vedere uno studio realizzato da lui sulle diverse forze di trazione e di movimento all’interno del dipinto. E me lo descrive con grande passione:  la mano quasi maschile di Cecilia Gallerani che sembra voler tenere stretto l’animale (“Non è un ermellino, gli ermellini  sono più piccoli, è un furetto”, dice) che rappresenta forse proprio Ludovico il Moro, simbolo di potere e amore per la donna, che lei, in ogni modo, cerca di trattenere a sé.  Lady_with_an_Ermine

Il legame con l’arte rinascimentale mi tornerà chiarissimo quando mi avvicinerò per la prima volta alle sue opere più recenti. Infatti, appesa all’ingresso intravvedo una “Madonna del Parto” ripresa da Piero della Francesca, in maniera cubista e pop:

“Uno degli artisti che più mi ha interessato è stato Piero della Francesca. In lui ritrovo la geometria del mistero consapevole. Leonardo invece rappresenta il mistero che noi stessi siamo. Siamo puro spirito rivestito di materia e noi siamo l’idea di noi stessi.”

Tramite queste parole comprendo la sensazione sentita guardando quegli animali ritratti. Vi è potere, dignità, severità e ieraticità. E una grande attenzione nelle forme. Triangoli, Ovali, Tondi… I corpi di quegli animali sono costituiti da forme soprattutto sferiche, precise, fertili, viventi e magnetiche. Quei corpi portano ad altro da sé, portano all’idea stessa di creazione e di vita, e alla coscienza e consapevolezza di quegli animali di essere VIVI e PRESENTI, di essere anime imprigionate in piccoli e grandi corpi voluminosi e tridimensionali. E questo è il risultato di  un’attività pittorica che è soprattutto intellettuale e intellettiva. La sua infatti non è una pittura istintiva e fisica, ma è attentamente pensata e mentale.  I suoi ritratti animali sono immagini piene di sacralità ed equilibrio. Proprio come avviene nelle pale di Piero della Francesca, in cui troviamo una composizione studiatissima e una complessa rete di significati e allusioni, un’attenta e sapiente prospettiva e una virtuosistica resa della luce e dei particolari. La luce è in effetti un altro elemento molto presente nelle opere di Buratti. Uno studio continuo e percettivo della sua resa sull’occhio e sulla tela, come notiamo nella sua rappresentazione della Galleria Vittorio Emanuele di Milano.

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Osservando le sue ultime opere, animali statuari immersi in città distratte, sfuggenti, nebbiose e avvolte dallo smog, Piero ritorna. Lo sguardo di questi animali, che riprendono la statuaria classica nelle posizioni e nella resa stilistica, è severo (come vediamo nel ritratto del Bufalo africano).23 Gli animali sanno che stanno vincendo sulla città. Il loro potere è superiore e la loro presenza è tramite per altro, proprio come lo erano gli antichi cervi incisi sulle pietre della Val Camonica.

Tramiti presenti anche nelle figure ieratiche di santi rappresentati nell’opera che è la sintesi artistica di Piero della Francesca: La Pala di Brera, tenuta nella pinacoteca Milanese. Qui  santi, angeli,  la Madonna con il bambino Gesù assopito in un sonno di morte, Federico da Montefeltro, rappresentano altro da sé. Sono immagini reali di pensieri ideali, sono una rappresentazione neoplatonica della realtà contingente. Sono realtà apparenti, proiezioni di altro da se stessi.

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Gabriele Buratti riesce a dare dignità e sicurezza a questi maestosi e imponenti animali nelle sue città sfumate e distanti. Quelle città in cui vi è lo studio di anni di architettura, una passione per i disegni di Leonardo Da Vinci ingegnere, architetto e matematico… Ma ciò che sentiamo come spettatori è la carne, l’anatomia, l’essenza di essere umani di questi animali, che solo animali non sono. “Caravaggio mi ha sempre impressionato. In lui vedo e sento la verità umana del Cristo, il corpo vero.”

La carne, il corpo è vita presente nelle tele stesse dell’artista. Gabriele infatti scolpisce, incide sulla tela, proprio come quelle incisioni rupestri che lo hanno affascinato dal 1995. Dopo una prima mano di bianco quarzo, l’artista stende una mano di olio color terra o comunque più scuro. E da lì le opere escono, prendono forma, si espongono dalla tela nascosta. E anche la pittura diventa così una “forza di levare” come affermava Michelangelo Buonarroti.   Il pensiero neoplatonico, così, ritorna: l’opera d’ arte è già presente nella tela, bisogna liberarla, grattando con pennelli, spatole, pagliette di ferro da cucina, guanti. Qualsiasi oggetto può essere utile per far respirare la materia, per liberare quell’animale imprigionato tra il quarzo e l’olio, per farlo emergere e vincere sullo sfondo lontano e impercettibile. Quegli animali- statue che si impongono al nostro sguardo, e ci fanno sentire uomini impotenti e perdenti, nei confronti della loro anima forte e impassibile.

Gabriele afferma un impegnato pessimismo nei confronti del futuro meccanico e geneticamente modificato che ci aspetta. “Come in Matrix”, afferma.  La sua firma, il codice a barre che compare già dieci anni fa nelle sue opere, è la firma del potere del capitalismo, del sistema commerciale e del mercato. Mercato economico che ci attanaglia, ci regola e si impone nelle nostre vite. Anche attraverso la speculazione edilizia, la costruzione onnipresente, il cemento e lo smog.  Ma come lui stesso afferma: “La natura… Tutto quello che le togliamo se lo riprende.”

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Proprio per queste parole dal mio punto di vista le sue opere affermano qualcosa di diverso. Quel “colore tantricamente trattenuto”, come lui stesso afferma,  si tramuta nella PRESENZA di animali che hanno il potere sulle costruzioni. Quei pochi e rari disegni di paesaggi e architetture presenti nel suo album di prime creazioni erano già un indizio. La speranza rimane nell’istinto meraviglioso, sacrale e religioso della natura. Natura tonda, fertile, proprio come l’uovo di Piero della Francesca nella Pala di Brera, uovo di struzzo: simbolo di nascita e resurrezione.

EPILOGO

Nell’ultima scena di Zabriskie Point, Daria, la giovane protagonista, dopo il dolore della morte del suo amato, immagina davanti a sé un’esplosione. Un’esplosione tantrica di colore, forse per troppo tempo trattenuto. L’esplosione di tutti quei simboli del capitalismo opprimente: frigorifero, giornali, immagini, manifesti, telefono, televisione, elettrodomestici, cibo. L’esplosione che impone la vittoria, anche se immaginata e sognata, della gioventù.                                                                                                                    Della natura e della passione. Della verità dell’esistenza. Della sensualità e della creazione fertile dell’amore.

Federica Maria Marrella

Link importanti

SITO GABRIELE BURATTI – http://www.gabrieleburatti.com/

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OMAGGIO A MICHELANGELO ANTONIONI

“L’ AVVENTURA”: RITRATTO FEMMINILE  E NUOVO LINGUAGGIO DI UN’ EPOCA.

 

 

 

 

 

“Every day we go through an adventure.

A sentimental, intellectual

or an ideological one.”     M. ANTONIONI-

“Lei ha una bellissima nuca”.  Sono le prime parole che Michelangelo Antonioni disse a Monica Vitti quando la vide. Momento in cui i due si innamorarono e momento in cui lei divenne la sua musa per ben quattro film. L’Avventura (1960), Gli altri due della cosiddetta “Trilogia“: La Notte(1961), e l’Eclisse (1962), e il suo primo film a colori: Deserto Rosso (1964).

La realizzazione di questo film fu un’”Avventura” reale. Il produttore si ritira nel 1959 dopo settimane di lavoro. I tecnici fanno sciopero perché non possono essere pagati. E poi se ne vanno anche loro. Antonioni però è ostinato. Termina il suo film in sei o sette, con gli attori, l’operatore e l’assistente. Il film susciterà nel 1960 all’uscita al festival di Cannes numerose polemiche. Rossellini, Bazin e altri critici firmano una petizione a favore del film. Rossellini stesso afferma  “L’Avventura è il più bel film mai presentato a un festival” .  La giuria del festival preferirà La Dolce Vita di Federico Fellini, ma L’Avventura riceverà il premio della stampa, una critica favorevole e un successo internazionale.

La storia è semplice, quasi assente, il vero focus sono i personaggi, le loro emozioni, trasformazioni e pensieri. Un gruppo di amici parte per una crociera nelle isole Eolie. Durante questo viaggio Anna (Lea Massari) sparisce. Tutti iniziano la ricerca, soprattutto il fidanzato Sandro (Gabriele Ferzetti) e la sua amica Claudia (Monica Vitti). Durante la ricerca, però, i due vivono una forte attrazione, che si trasforma in amore da parte di Claudia. Sandro invece dimostra la sua passione per le avventure e le novità. Dopo che tradirà Claudia i due si ritrovano di fronte a un destino incerto e misterioso.

Fondamentalmente, l’Avventura è l’intreccio di tre storie: L’Avventura della ricerca di Anna; l‘Avventura d’eros tra Claudia e Sandro; e infine l’Avventura più importante: quella umana, della ricerca di identità, del percorso interiore che tutti i personaggi del gruppo intraprendono durante e dopo il fatto della scomparsa della giovane ragazza. Si intercettano sentimenti, sensazioni, pensieri, sguardi straripanti di parole, frustrazioni dei differenti personaggi borghesi. Insoddisfazioni latenti, sogni non realizzati e abbandonati, decisioni e silenzi, tradimenti dati dall’incomunicabilità di coppia e dall’insoddisfazione dell’amore. Trasparenze di relazioni. Oggetti inanimati e silenti.

Il protagonista maggiore del film è il paesaggio, paesaggio siciliano: esso, con il suo vento, con la tromba d’aria minacciosa, con le onde scroscianti, le rocce violente, l’acqua del mare dirompente, l’alba fresca, l’Etna vivo, la nudità di Noto,  parla al posto delle persone, attraverso le persone, con le persone. E in questi paesaggi, gli umani camminano e si mostrano come fantasmi, come elementi in realtà inesistenti. Oppure esistenti solo con i loro sguardi. Pensiamo alla scena del gruppo di chierichetti vestiti di nero che escono dalla parrocchia, gruppo a cui Sandro, triste al ricordo dei suoi sogni di Progettista e Architetto infranti, si accoda rassegnato. O al momento in cui occhi scopici e desiderosi degli uomini del paesino di Noto si posano in maniera soffocante sulla bionda Claudia che,  come essi affermano in dialetto, sembra “una francese“. La bionda Monica Vitti che svetta nei tratti mediterranei degli uomini siciliani (si vede in effetti solo una donna bruna, la moglie del farmacista, trattata da serva e probabilmente tradita dal marito, sposato da appena tre mesi), sembra unirsi a quel sole che si percepisce nel bianco e nero della pellicola. Donna solare, esuberante, reale e viva. Alter ego della bruna Anna schiva, riservata, pensierosa e silenziosa nelle sue scelte e nella sua sparizione. Il paesaggio è colui che parla al posto dei personaggi nei momenti più complessi e delicati. All’inizio del film è una tromba d’aria che fa comprendere allo spettatore il cambiamento degli stati d’animo dei personaggi, che iniziano da quel momento ad accorgersi realmente del dramma in cui si trovano.  O il rumore dello scroscio dell’acqua, nella magistrale ripresa in cui Claudia si aggrappa alle rocce: momento tragico per la  donna che soffre la sparizione dell’amica, e la latente attrazione che già prova per Sandro.

 

Paesaggio anche architettonico – costruito e claustrofobico per la protagonista Claudia, ritratta sempre come spettatrice dell’amore altrui, in porte, vagoni del treno, piccoli negozi, stanze d’albergo. Il paesaggio “industriale” e costruito sembra soffocare la protagonista, che si sente invece accolta, libera e a suo agio nella natura spavalda e selvaggia.  Altra differenza dall’amica Anna, che scappa dalla natura immensa e al contrario si sente donna, decisiva e attraente nel piccolo appartamento, arredato in stile “architetto” come afferma Francesco Casetti, del fidanzato Sandro. Claudia sempre voler scappare dalle realtà chiuse e spesso viene rappresentata di fronte alla natura stessa, con la quale sembra interagire.

Due donne, due paesaggi. La natura femminile è indagata, nascosta e poi ancora delineata in maniera esplosiva, con primissimi piani, con delicatezza e sensualità, e con molto mistero. In tutto il film sembra che una terza persona, un’altra entità osservi i personaggi. Spesso ci si chiede se sia Anna a guardarli.  Una personalità che li segue, di schiena, facendo vedere spesso la nuca soprattutto di Claudia.  (come afferma Federico Vitella: “Anna non può essere ritrovata perchè ormai Anna è diventata natura, Anna è il paesaggio.“)

Monica Vitti, per Antonioni, è l’interprete ideale. Lei non recita, ma esiste. Riempie i vuoti, i momenti di silenzio con la sua presenza, con il suo “deambulare”.  Tocca gli oggetti, le rocce, la natura, vive le emozioni e le canzoni (come la scena in cui canta, follemente innamorata, “Mai” di Mina).  In effetti, ne L’Avventura la protagonista non è la trama, ma sono le reazioni ed azioni dei personaggi, il loro essere e il loro pensare aldilà della bella apparenza “borghese”. Si scoprono i vuoti di vita e di sentimenti. Quel sentimento che invece straborda in Claudia, donna piena di gioia, paure, curiosità. Piena di Essere e di Esistenza. A differenza dell’altra da sé, Anna. Claudia scappa dalle emozioni ma poi essendo così vere e vive non può che accettarle in maniera attiva, vigile, critica e cosciente. Sandro in una scena le dice:

“Non ho mai conosciuto una donna che ci voglia vedere chiaro come te.”

Il ruolo maschile nel film è, al contrario dell’immagine femminile, ritratto come confuso e a tratti superficiale e volgare.  Una delle prime cose che Anna al fidanzato dice è infatti:

“Ma perchè tu sporchi sempre tutto?”

Sandro è un uomo insoddisfatto, oggi diremmo nella sua crisi di mezza età. Vuole sposare la fidanzata, ma appena questa sparisce, bacia e seduce Claudia. La vive come un’avventura, come una rivalsa dal suo sentimento di insoddisfazione e vergogna del suo essere. Quando a Noto, cittadina ostile con i suoi musei chiusi, con i suoi uomini piccoli e curiosi ma anche ostili, fa conoscenza con un giovane ventiduenne architetto, pieno ancora di sogni e aspirazioni, si sente arrabbiato e deluso. Torna in albergo e quasi costringe Claudia a un rapporto d’amore. Ma lei lo allontana. Dialogo centrale e denso di significato:

Claudia: “Sandro cos’hai? Mi sembra di non conoscerti più.”

Sandro: “Non è meglio? Così sembra un’altra avventura.”

Le carte qui sono chiare, esposte: Claudia vuole essere amata in maniera vera e incondizionata (come afferma in un’altra scena :”Ma perchè mi sono cosi innamorata di te? Dimmi che mi ami. Esci. Ma prima devi dirmi che quando esci senza di me è come se ti mancasse una gamba. Vai pure da solo a visitare la città. Zoppicherai. Devi dirmi che hai voglia la mia ombra che passa sui muri.”).

L’idea di amore di Claudia è totalizzante, vero, possente, un amore  che la terrorizza al pensiero del ritorno dell’amica. Sandro invece prova interesse verso di lei solo fino a quando vivono in uno stato avventuroso, nascosto e malizioso. Ma quando arrivano dagli amici a Taormina e la loro relazione è stata ormai compresa e accettata come reale e “borghese” da tutti, lui perde interesse e tradisce Claudia con una “call-girl”. Donna quest’ultima neanche degna di essere ripresa in volto. Suprema la ripresa del dettaglio dei piedi della ragazza, con in mezzo i soldi che Sandro le lascia dopo il loro rapporto.

E nella scena finale Claudia rinvigorisce questa idea di amore vero e incondizionato.

In una terrazza deserta, all’alba, Sandro piange disperato. Anche Claudia piange. Ma appena si rende conto del dolore dell’uomo modifica espressione. Alza la testa. Ingoia le lacrime. Si fa forza. E inizialmente titubante e poi decisa gli accarezza la testa, in segno di perdono, con la sua bianca e grande mano. Di fronte a loro un paesaggio da quadro di Caspar David Friedrich. I due, piccoli, di fronte a un mondo immenso, da una parte naturale, con l’Etna palpitante, e dall’altra parte architettonico, un muro alto, possente, vuoto e nudo: l’Etna di fronte a Claudia, il muro chiuso di fronte a Sandro.  Un finale aperto, più vivo e speranzoso quello di fronte a Claudia, ricco di possibilità e imprevedibilità (chi sa quando l’Etna potrà scoppiare di lava?), di fronte a Sandro un muro, elemento architettonico che lo rappresenta e che soffoca i suoi desideri e la sua personalità.

 

 

 

 

 

Antonioni, come afferma Emiliano Morreale, è un Women’s Director. E la Donna, nelle sue opere, è  ritratto di verità e di coraggio, decisa a staccarsi dal dovere che la società le impone, desiderosa di vivere le sue passioni pur di potersi ribellare alla noia dell’incomunicabilità. Ne L’Avventura lo vediamo anche nel personaggio di Giulia (Dominique Blanchard), quando tradisce il marito con un giovane pittore:

“Digli che il mio cuore in questo momento batte forte forte forte. Ed  è l’unica cosa che ora mi interessa!”

Donna che si ribella ad un amore solo idealizzato e non vissuto, in cui non si sente amata e compresa, come accade ad Anna, la cui ribellione è sparire. Non si sa dove. Non è importante. L’avventura è anche capire che il coraggio è imprevedibile e misterioso. Il coraggio di ribellarsi a diventare moglie a tutti i costi (“Perchè sposarsi? Non siamo già come sposati cosi?” ) e il coraggio di ribellarsi a un amore che non da più emozioni (“Non ti sento più″). Il coraggio di parlare e di ammettere la propria confusione (“Non mi capisco.”). Quando invece l’uomo guarda spaventato, noncurante e spaesato da questo cambiamento.

Cambiamento sociale dell’identità maschile e femminile che segnerà la storia dell’Italia proprio dal 1960, fino ai giorni nostri.

 Federica Marrella

 LINKS:

- MONICA VITTI PARLA DELL’ANTEPRIMA AL FESTIVAL  DI CANNES: http://www.youtube.com/watch?v=YC2deYP2tsU

- ENGLISH TRAILER: http://www.youtube.com/watch?v=JriOH3MdS_w

- SCENA FINALE del FILM: http://www.youtube.com/watch?v=jokOUvX1HL8

 

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Way so serious?

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Fede e arte

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CARAVAGGIO MICHELANGELO MERISI


Lezione su Caravaggio tenuta da Vittorio Sgarbi a Salsomaggiore Terme, in occasione del festival Incontrarsi a Salsomaggiore, venerdì 11 giugno 2010.
5 parti.

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Renzo Vespignani

Renzo Vespignani dipinge un ritratto della figlia Marta. Dal programma della Rai di Franco Simongini “Come nasce un’opera d’arte” (1975)

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DE CHIRICO

Giorgio de Chirico nel programma del 1973 “Come nasce un opera d’arte”, intervistato mentre dipinge “Il sole sul cavalletto”.

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Salvator Dalì

Intervista da: ” Incontri” di Carlo Mazzarella – (1959)

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Ma era un estintore o era un opera d arte contemporanea?

Finalmente qualcuno ne parla.
E chi parla non si ferma.
Charles Saatchi, sul Guardian, spara a zero sui collezionisti, dealer, critici e curatori.
e Noi..con le lacrime agli occhi ringraziamo.

Qui l articolo originale, mentre qui il link all articolo italiano sull artribune

Being an art buyer these days is comprehensively and indisputably vulgar. It is the sport of the Eurotrashy, Hedge-fundy, Hamptonites; of trendy oligarchs and oiligarchs; and of art dealers with masturbatory levels of self-regard. They were found nestling together in their super yachts in Venice for this year’s spectacular art biennale. Venice is now firmly on the calendar of this new art world, alongside St Barts at Christmas and St Tropez in August, in a giddy round of glamour-filled socialising, from one swanky party to another.

Artistic credentials are au courant in the important business of being seen as cultured, elegant and, of course, stupendously rich.

Do any of these people actually enjoy looking at art? Or do they simply enjoy having easily recognised, big-brand name pictures, bought ostentatiously in auction rooms at eye-catching prices, to decorate their several homes, floating and otherwise, in an instant demonstration of drop-dead coolth and wealth. Their pleasure is to be found in having their lovely friends measuring the weight of their baubles, and being awestruck.

It is no surprise, then, that the success of the uber art dealers is based upon the mystical power that art now holds over the super-rich. The new collectors, some of whom have become billionaires many times over through their business nous, are reduced to jibbering gratitude by their art dealer or art adviser, who can help them appear refined, tasteful and hip, surrounded by their achingly cool masterpieces.

Not so long ago, I believed that anything that helped broaden interest in current art was to be welcomed; that only an elitist snob would want art to be confined to a worthy group of aficionados. But even a self-serving narcissistic showoff like me finds this new art world too toe-curling for comfort. In the fervour of peacock excess, it’s not even considered necessary to waste one’s time looking at the works on display. At the world’s mega-art blowouts, it’s only the pictures that end up as wallflowers.

I don’t know very many people in the art world, only socialise with the few I like, and have little time to gnaw my nails with anxiety about any criticism I hear about.

If I stop being on good behaviour for a moment, my dark little secret is that I don’t actually believe many people in the art world have much feeling for art and simply cannot tell a good artist from a weak one, until the artist has enjoyed the validation of others – a received pronunciation. For professional curators, selecting specific paintings for an exhibition is a daunting prospect, far too revealing a demonstration of their lack of what we in the trade call “an eye”. They prefer to exhibit videos, and those incomprehensible post-conceptual installations and photo-text panels, for the approval of their equally insecure and myopic peers. This “conceptualised” work has been regurgitated remorselessly since the 1960s, over and over and over again.

Few people in contemporary art demonstrate much curiosity. The majority spend their days blathering on, rather than trying to work out why one artist is more interesting than another, or why one picture works and another doesn’t.

Art critics mainly see the shows they are assigned to cover by their editors, and have limited interest in looking at much else. Art dealers very rarely see the exhibitions at other dealers’ galleries. I’ve heard that almost all the people crowding around the big art openings barely look at the work on display and are just there to hobnob. Nothing wrong with that, except that none of them ever come back to look at the art – but they will tell everyone, and actually believe, that they have seen the exhibition.

Please don’t read my pompous views above as referring to the great majority of gallery shows, where dealers display art they hope someone will want to buy for their home, and new collectors are born every week. This aspect of the art world fills me with pleasure, whether I love all the art or not.

I am regularly asked if I would buy art if there was no money in it for me. There is no money in it for me. Any profit I make selling art goes back into buying more art. Nice for me, because I can go on finding lots of new work to show off. Nice for those in the art world who view this approach as testimony to my venality, shallowness, malevolence.

Everybody wins.

And it’s understandable that every time you make an artist happy by selecting their work, you create 100 people that you’ve offended – the artists you didn’t select.

I take comfort that our shows have received disobliging reviews since our opening exhibition of Warhol, Judd, Twombly and Marden in 1985. I still hold that it would be a black day when everybody likes a show we produce. It would be a pedestrian affair, art establishment compliant, and I would finally know the game was up.

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DE DOMINICIS

Intervista Gino De Dominicis

 

Gino De Dominicis sfugge alle classificazioni e ha sempre rifiutato ogni forma di omologazione. Artista eclettico, controverso, ha mantenuto in vita una posizione di isolamento e indipendenza dal mondo dell’arte e si è dedicato alla pittura, alla scultura, alla filosofia e all’architettura.
Ci guida alla scoperta della sua figura e della sua opera Andrea Bellini, Presidente del Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli, un punto di riferimento imprescindibile per il panorama artistico e culturale italiano d’oggi.
( 4 puntate)

 

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